mercoledì 4 agosto 2010

Raffaele Zicconi

Regina Coeli.

Terzo braccio cella 367.

Da qui arriva questa carta ormai consumata dal tempo, dove l’odore del sudore, della paura di un uomo si confonde con quella del tempo, dei tarli.

Raffaele Zicconi, mio nonno, aveva nel 1944, trentatré anni.

Era invaso e pervaso dal mito del superuomo, dalla voglia di trovare la libertà dal regime; era forte dello scudo di immortalità che la giovinezza ti concede.

Mio nonno aveva una moglie Ester, un figlio Renzo, e , ma lui non lo saprà mai, una figlia che di lì a poco sarebbe nata. Quei dolori di mia nonna, quei non identificati disturbi fisici,che tanto preoccupano mio nonno nelle sue lettere, nei primi mesi non facevano presupporre una gravidanza.

Mio nonno morì non sapendo che la moglie non stava male, ma era in attesa di una bambina.

Raffaele Zicconi dovette lasciare la grande casa di Piazza Ledro 7 dove viveva con la moglie, il figlio , i suoceri poiché era troppo rischioso per tutti nascondere lì la famiglia di ebrei che salvò dal martirio. Prese casa in affitto e lì si trasferì con la sua famiglia e con la famiglia di ebrei da nascondere.

Il 7 febbraio 1944 Raffaele Zicconi si apprestava a compiere un atto di sabotaggio a pali postelegrafonici, venne tradito da un sedicente compagno “Albertini”.

Mio nonno quella notte venne consegnato alle SS e con lui il suo caro amico, Luigi Pierantoni.

A fine guerra Albertini fu processato. Uscì indenne dal processo.

Dal 7 febbraio al 24 febbraio 1944, mio nonno venne torturato e seviziato nel famoso carcere di via Tasso 145.

Picchiato, deturpato, costretto all’isolamento al buio e senz’aria, dopo 17 terribili giorni venne incarcerato a Regina Coeli.

Mio nonno ne parla come un albergo di lusso dopo essere uscito dall’esperienza di via Tasso.

Nelle sue lettere non traspare il minimo presagio di come sarebbe andata a finire, anzi in quei tristi giorni c’era ancora la voglia di fare progetti.

Il 23 marzo 1944, Bentivegna e Capponi,sono a capo della cellula che decide di sterminare la brigata Bozen composta da italiani altoatesini. I membri della Birgata Bozen furono successivamente invitati ad eseguire il massacro delle fosse ma si rifiutarono di vendicarsi sui prigionieri politici compiendo lo sterminio delle fosse ardeatine che poi comunque non sarà evitato.

C’è discordanza sulla notizia per la quale i tedeschi affissero un manifesto invitando i colpevoli a consegnarsi al fine di evitare l’atroce vendetta.

Ora non importa più.

Il giorno dopo Raffaele Zicconi, e con lui altri 334 eroi vennero avviati alle fosse ardeatine , legati fra loro, fucilati, sepolti, feriti o morti, sotto le macerie della cava, della storia, ma il loro grido di libertà , quello no, non poterono seppellirlo .

Così in un’ attimo, tutte le speranze, i sogni , i progetti di quelle 335 persone tra cui Raffaele Zicconi furono cancellati dall’estremo sacrificio a cui dovettero assolvere.

In ricordo di quelle vittime trucidate è rimasto una data il 24 marzo, un luogo : le cave di pozzolana di via ardeatina e la commozione che ogni anno ostenta il politico di turno.

Ma sono rimaste anche le parole, i pensieri, affidati a pezzi di carta recuperati con disperazione, a mozziconi di matita conservati come reliquie. Quelle parole non parlano di sacrificio estremo ma di speranza di riabbracciare i propri cari, di desideri comuni di ragazzi comuni, di voglia di vivere una volta pagato il proprio debito con la giustizia nazista. Tutte le righe scritte sull’argomento devono scuotere le coscienze delle future generazioni. Non importano i numeri, le date, i nomi, gli eroi o le pecore, ciò che non dobbiamo dimenticare mai sono gli attimi. Gli attimi di paura di quegli uomini prelevati all’improvviso, il loro stupore, la puzza di quei corpi ammassati in attesa di scendere dal camion per essere trucidati, i brividi di chi si credeva eroe ed invece miseramente si trova piangendo a pregare, perché ora sa che non rivedrà mai più i suoi cari. Questo deve scuotere le coscienze. Immaginare gli sguardi, le urla, le parole che i condannati si son detti fra loro mentre andavano a morire, il pensiero che a casa non sapessero nulla, il terrore per l’ inappellabilità della morte. E poi pensare agli odori: la puzza di chi per la paura se la fa sotto, la puzza della morte, la puzza di sudore, di corpi ammassati mentre cadono uno sull’altro dopo l’esecuzione. Non c'era abbastanza spazio nella cava e per questo i condannati dovevano salire sui corpi di quelli appena fucilati per essere a loro volta giustiziati. La puzza di chiuso delle cave. E poi i rumori, gli spari, le urla, gli ordini, il tedesco incomprensibile e mai come ora chiaro negli intenti. Le emozioni devono essere trasmesse, per capire l’orrore fin dove può arrivare, per sperare che mai più accada.

2 commenti:

  1. La descrizione dei tragici ,drammatici eventi qui riportati vanno memorizzati dalla Storia e diffusi perche' di quel che in genere si dice e si scrive poco e' atrocemente emozionante fino a tal punto. La tua corrispondenza mi e' gradita,Massimo. Vladimiro

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  2. Eroi: il presente ed il futuro devono avere le radici nel passato per essere "sensati" e quando il passato è così eroico deve essere sempre ricordato ad alta voce

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