giovedì 17 maggio 2012

Stori@ - il blog di Mario Avagliano: Storie - Aste macabre e rigurgito di nazifascismo

Stori@ - il blog di Mario Avagliano: Storie - Aste macabre e rigurgito di nazifascismo: di Mario Avagliano La storia messa all’asta ha qualcosa di macabro. Figurarsi quando l’oggetto della vendita è Adolf Hitler. Eppure acc...


Storie - Aste macabre e rigurgito di nazifascismo

di Mario Avagliano

La storia messa all’asta ha qualcosa di macabro. Figurarsi quando l’oggetto della vendita è Adolf Hitler. Eppure accade anche questo, nel mondo in crisi di nervi e di finanze, dove l’estrema destra e l’antisemitismo raccolgono una pioggia di proseliti e di consensi e in Francia come in Grecia, in Ungheria come in Italia, si moltiplicano marce, scritte, iniziative di sigle, movimenti e partiti neofascisti o neonazisti.

A giorni, negli Stati Uniti, saranno messe all’asta e aggiudicate al miglior offerente le cartelle cliniche del sanguinario dittatore nazista, che all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale l’esercito americano chiese al suo medico personale Theodor Morell. Si tratta in tutto di 47 pagine. Da tali documenti pare che Hitler utilizzasse la cocaina per alleviare il mal di testa da sinusite e ingerisse un mucchio di medicinali (addirittura trenta) nel tentativo di limitare la sua “incontrollabile” flatulenza. Le cartelle cliniche comprendono anche radiografie del cranio di Hitler e disegni che raffigurano l'interno del suo naso. E' emerso, inoltre, che il dittatore nazista veniva curato dal medico con estratti di stricnina, un veleno, per risolvere i problemi all'apparato digerente. Tuttavia la cura non fece altro che portargli ulteriori dolori allo stomaco. Infine, particolare raccapricciante, Hitler si faceva iniettare estratti di testicoli di tori giovani, per ravvivare la sua libido.
L'asta si svolgerà sul sito web della 'Alexander Historical Auctions' di Stamford, in Connecticut. Secondo le stime, ognuno dei referti contenuti nelle cartelle cliniche vale almeno duemila dollari.
Al momento non  si registrano proteste, dissensi o prese di posizione contro la macabra vendita. Purtroppo.
(L’Unione Informa, 8 maggio 2012)

giovedì 10 maggio 2012

Voi siete qui

Sembra incredibile, ma questo blog che doveva raccontare della sofferenza, del sangue, del dolore che uomini e donne come i miei nonni hanno dovuto affrontare per guadagnarsi quella libertà che oggi non sappiamo apprezzare, beh, questo blog sta per arrivare al traguardo delle DIECIMILA pagine visitate. Grazie a Mario Avagliano ho potuto diffondere questa storia dalle pagine del Messaggero, poi ho avuto la fortuna di poter corrispondere con Bentivegna prima che ci lasciasse, poi la trasmissione Voi siete qui di Matteo Caccia su radio 24, la radio del Sole 24 ore,  che ha raccontato da quel microfono una pagina del mio blog. Ed ora al salone del libro di Torino questa fortunata trasmissione radiofonica è diventata un libro nel quale sono state selezionate 100 storie arrivate in redazione sui più svariati argomenti della vita. Fra le 100 storie , nel capitolo guerra, c'è anche la storia di Raffaele Zicconi. Quando ho iniziato questa avventura speravo che questo fosse il mio contributo per non dimenticare il tragico passato che ho avuto la fortuna di non conoscere. Sono convinto che solo conoscendo la verità, anche tramite le lettere di un condannato, solo confrontandosi con il passato abbiamo la speranza di poter migliorare. Sulla destra trovate il libro esposto al salone di Torino. E' un e-book e cliccandoci sopra e seguendo la procedura è possibile scaricarlo gratuitamente. Potete leggere la storia di Raffaele Zicconi ed altre 99 storie di uomini e donne che ogni giorno combattono , o hanno combattuto, questa guerra che si chiama VITA.


Voi siete qui





http://www.ultimabooks.it/voi-siete-qui

sabato 5 maggio 2012

Roma Clandestina





La S.V. è invitata a partecipare alla proiezione (in prima
visione)del documentario, di Emiliano Crialesi e Domenico
Martone:
"Roma clandestina. Il Colonnello della Resistenza"

Martedi' 8 maggio 2012
Università degli Studi Roma Tre. Facoltà di Lettere e
Filosofia
Via Ostiense 234, 00144 Roma - Aula “23” piano terra -
ore 17,00

Metro B Stazione Marconi

Attraverso i ricordi della cugina, Fulvia Ripa di Meana, le
vicende del col.Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (capo
del Fronte Militare Clandestino) nei nove lunghi mesi di
occupazione della capitale, lo sbando dell’8 settembre
1943, il coraggio dei militari, l’attività di sabotaggio
fino al tragico arresto di “Beppo” Montezemolo.

venerdì 4 maggio 2012

Stori@ - il blog di Mario Avagliano: La Wehrmacht ordinava: uccidi e stupra

Stori@ - il blog di Mario Avagliano: La Wehrmacht ordinava: uccidi e stupra: di Mario Avagliano «In Italia, in ogni posto dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre: “Per prima cosa facciamone fuori qualcuno!”....

La Wehrmacht ordinava: uccidi e stupra

di Mario Avagliano

«In Italia, in ogni posto dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre: “Per prima cosa facciamone fuori qualcuno!”. Diceva: “Allora, fatene fuori venti, così avremo un po’ di calma, che non si facciano strane idee!”. (Risate.) Tutti sulla piazza del mercato, poi arrivava uno con il mitra, rrr-rum, e tutti a terra. Così iniziava. Poi diceva: “Benissimo! Porci!”. Aveva una tale rabbia nei confronti degli italiani, da non crederci». A parlare è tale Sommer, caporale scelto della Wehrmacht. È una delle migliaia di conversazioni rubate dai servizi inglesi e americani grazie alle cimici nascoste durante la seconda guerra mondiale all’interno dei campi di prigionia alleati, registrate su vinile e trascritte in oltre 150 mila pagine di verbali, conservati ora negli archivi di stato di Londra e Washington.
Un campione di questa eccezionale documentazione è riprodotto nel saggio “Soldaten. Le intercettazioni dei militari tedeschi prigionieri degli Alleati”, in uscita nei prossimi giorni per i tipi della Garzanti (pp. 464, euro 24,50), curato in tandem dallo storico Sönke Neitzel e dallo psicologo Harald Welzer e già pubblicato in Germania. Per la prima volta due studiosi hanno potuto esaminare cosa pensavano realmente i soldati tedeschi della guerra. Un lavoro di ricerca straordinario.

Tra il 1939 e il 1945 ben diciotto milioni di tedeschi vengono chiamati alle armi nella Wehrmacht. L’interesse di questo saggio è che si tratta di gente comune, non di nazisti convinti arruolatisi nelle SS. Ma il ritratto che emerge da quelle conversazioni è ugualmente agghiacciante. Testimonia l’adesione spontanea alla guerra totale hitleriana di gran parte del popolo tedesco, che rifiutò fino quasi alla fine di credere a una sconfitta del Reich. E dimostra la fondatezza delle tesi di uno storico come Daniel Goldhagen sui “volenterosi carnefici” dell’esercito germanico, non meno violenti dei poliziotti delle SS. Demolendo definitivamente il mito di una Wehrmacht “pulita” e fatta da uomini d’onore, che non partecipò alle stragi di civili e non sapeva nulla della Shoah.
Leggendo i colloqui degli ufficiali e dei soldati tedeschi, che ignorano di essere ascoltati e quindi parlano senza inibizioni, non si può fare a meno di restare turbati, anche a quasi settant’anni di distanza. La brutalità, le torture, gli omicidi, la violenza, come scrivono i due autori, “sono il pane quotidiano di chi parla e di chi ascolta, non sono nulla di eccezionale. I soldati ne parlano per ore, così come discorrono, per esempio, di arerei, bombe, apparecchiature radar, città, paesaggi o donne”.  Parafrasando Hannah Arendt, si potrebbe dire «la normalità del male».
Nei racconti di guerra (di tutti gli eserciti), le storie di fucilazioni, stupri e saccheggi appartengono alla quotidianità: quando se ne parla, non capita quasi mai che si arrivi a un confronto, che ci siano obiezioni di carattere morale o litigi. Ecco cosa dice Heinrich Skrzipek, timoniere dell’U-187: «Lo storpio va soppresso senza dolore. Così si fa. Loro non lo sanno, e comunque non hanno nulla nella vita. Basta però non essere teneri! Non siamo mica femminucce». Anzi, in molte narrazioni gli interlocutori fanno a gara a vantarsi di quella o quell’altra azione brutale.
La violenza sulle donne, ad esempio, è considerata un fatto normale. Parlando con un maresciallo della Luftwaffe degli aspetti turistici della campagna in Russia, un soldato infila un aneddoto terrificante: «belle da morire quelle ragazze. Ci passavamo accanto, le tiravamo dentro il camion, ce le sbattevamo e poi le buttavamo fuori di nuovo. Dovevi vedere come bestemmiavano!». E tra le risate del commilitone, continua a descrivere altri particolari del viaggio.
Anche lo sterminio degli ebrei non è un affare esclusivo delle SS. Dalle conversazioni emerge che molti soldati sono informati nel dettaglio di questi crimini e diverse unità della Wehrmacht partecipano, come esecutori, spettatori, complici, forse ausiliarie, alle fucilazioni di massa di ebrei nelle zone di occupazione. Peraltro la visione biologistica del mondo tipica del nazismo non è rivolta solo agli ebrei e colpisce sia i nemici («Non riesco a considerare i russi delle persone») che gli alleati giapponesi («Le scimmie gialle non sono essere umani, sono ancora bestie») e italiani («sono una razza stupida»).
A parte rare eccezioni (come avviene per i paracadutisti della Folgore), anche i soldati italiani vengono considerati in maniera assai negativa. «Una tragedia», «quegli italiani di merda (…) non fanno nulla», «non hanno nessuna voglia di guerreggiare», «non hanno alcuna fiducia in sé stessi», «se la fanno addosso». Pollice verso per gli ungheresi, considerati uno «schifo», e per gli americani, «vigliacchi e meschini», «rammolliti».
Certo, anche la Wehrmacht non è un blocco monolitico di opinioni e di pensiero. La maggior parte dei tedeschi si dichiara antisemita, ma c’è chi prova indignazione quando gli ebrei vengono fucilati. Alcuni sono antinazisti convinti, ma appoggiano apertamente la politica antiebraica di Hitler. C’è anche chi critica gli eccessi di violenza della Wehrmacht nei confronti dei civili, come il sergente maggiore Barth: «a Barletta hanno chiamato a raccolta la popolazione, dicendo che avrebbero distribuito i viveri, e invece hanno tirato fuori i mitra e hanno sparato, cose del genere hanno fatto. Poi, per strada, strappavano orologi e anelli, come i banditi». Non mancano prese di distanza radicali. Il sottufficiale Czerwenka arriva a dire: «Spesso mi sono vergognato di portare l’uniforme tedesca». Ma sono comunque eccezioni rispetto alla massa, che segue alla lettera, e non di rado ostentando un sottile piacere, i «protocolli del combattere, dell’uccidere e del morire».

(Il Mattino, 4 maggio 2012)

domenica 29 aprile 2012

“Dove finisce Roma” di Paola Soriga


“Dove finisce Roma” di Paola Soriga

articolo di Antonella Finucci

Un po’ te lo aspetti che sia un libro che vale, se il web pullula di recensioni positive e di grandi nomi della letteratura e del giornalismo che lo elogiano. Decidi che sì, lo leggerai, non fosse altro per vedere se hanno ragione.
Poi te ne accorgi da sola, che vale, un libro, mentre lo leggi nel silenzio di casa o nel casino della metro e ne rimani colpita. Te ne accorgi, forse, proprio dal voler leggere ancora, ancora.
E ne hai la conferma ulteriore alla fine, quando pensi che lo consiglierai o lo regalerai.
Dove finisce Roma, romanzo d’esordio di una giovanissima Paola Soriga, è un libro che vale, che sorprende, per più di una ragione.
L’autrice dimostra di saperci fare davvero: lei la letteratura l’ha studiata, e si vede.
Si vede che i meccanismi le sono noti, che li possiede e riesce a gestirli. E anche a divertirsi mentre lo fa.
La voce narrante, delicata e potentissima insieme, è quella di una ragazzina quasi diciottenne che deve sfuggire ai fascisti. La cercano perché è una staffetta partigiana: siamo al 30 maggio del 1944, Roma aspetta di essere liberata dagli americani.
Ecco, questa voce narrante riesce ad alternare la terza persona alla prima in modo magistrale e, senza mai un virgolettato, riesce a raccontare la sua storia alternando il discorso indiretto puro della narrazione al discorso diretto libero del ricordo.
L’uso sapiente della punteggiatura, delle virgole in particolar modo, e di un romanesco che si insinua genuino nell’italiano, contribuiscono alla riuscita perfetta di questo libro.
Diverse sono le tracce, implicite e rielaborate ma evidenti nei nomi (si vedano Agnese e Micol), di grandi come Fenoglio, Viganò, Bassani.
È Ida, però, la protagonista, che vede se stessa e che racconta /si racconta: è arrivata a Roma appena dodicenne nel 1938, da un piccolo paesino della Sardegna.
Non sa spiegare a parole come sia entrata nella Resistenza, è una cosa che sente dentro, come se fosse quella la sua unica vocazione.
E al lettore, comunque, questo basta: Ida cresce, diventa una donna dentro quella grotta, per quell’ideale. Diventa donna durante la guerra, che crea e distrugge con la stessa facilità.
Conosce tante persone, tante altre muoiono.
E tra i lutti, un lutto altrettanto doloroso seppur molto diverso da quelli che ha visto finora: l’amore non corrisposto per Antonio, che non la sposa e che le lascerà l’amaro in bocca “rovinandole” la gioia per l’arrivo degli americani.
Nel dramma della guerra, paradossalmente, l’amore riesce ancora a far sentire vivi (anche Ida, seppur in negativo, sente la vita scorrerle dentro, sente la rabbia, la delusione) e la vita ha ancora, sempre, il suo peso, grazie ai rapporti umani, che sono ilsenso anche in mezzo alla tragedia, quando un senso sembra non esserci più.
E se a dirci tutto questo è la voce di una bambina nel mondo adulto della guerra, la prospettiva bellissima da cui la storia è vista diventa ancora più intrigante, soprattutto quando si decide (come in questo caso) di ridurre al minimo la trama raccontando, volutamente, una delle tante, comuni, piccolissime storie che contribuiscono, tutte insieme, a costruire la Storia, quella grande, che va a finire sui libri.
Non voglio, però, raccontare troppo: Dove finisce Roma, inizia il nostro percorso per ripensare la nostra storia personale, le nostre origini e la radice comune che tiene unita, oggi come allora, la storia di tutti.

(Paola Soriga, Dove finisce Roma, Einaudi, 2012, pp. 152, euro 15,50)

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